giovedì 28 aprile 2011

Seduzione a tavola: istruzioni per l'uso

dedicato alla D di Datemi-un-martello
(ma anche di Duro-a-morire) 

Di recente D. mi ha regalato, non senza una certa ironia direi, una specie di vademecum del risveglio dei sensi attraverso "piatti speciali": I cibi per l'amore. Anche se questo genere di cose non mi ha mai incuriosita più di tanto, come negarsi almeno una sfogliata del manuale per un perfetto menu afrodisiaco? Dunque, secondo gli autori per farmi capitolare mi si dovrebbe invitare a cena, ovviamente, e preparare le seguenti cose:

- visto che sono un capricorno, lo zodiaco consiglia di badare molto all'aspetto delle portate e alla preparazione della tavola e, come alimenti, suggerisce patate, pasta, minestre e carne [quindi cosa c'è rimasto?!? ah, vade retro frutta e verdura]. Infatti, il menu perfetto è composto da antipasto di verdure gratinate [ah ma allora ci sono anche le verdure...] e formaggio di fossa, zuppa di lenticchie, filetto alla paprika con patate arrosto e zabaione freddo.

MA

- visto che rispondo al tipo fosforico [e cioè "snello, dita affusolate, ipersensibile ed emotivo, nervoso e ossessionato dalla ricerca della perfezione" -sì, sono decisamente fosforica], l'omeopatia consiglia una tavola elegante e raffinata con un menu allegro, che non affatichi la digestione. La cena dovrebbe prevedere, dunque: escargot [bleah!], melanzane ai sapori d'Oriente (cioè ricche di spezie e frutta secca), cappelle di funghi gratinate farcite con formaggi e aromi, raisin flambé.

ALLO STESSO TEMPO

- sono anche un tipo Vata (e cioè "di costituzione snella, con una camminata tipica che sembra un po' instabile, capelli ricci, veloce nel pensiero, amante della conversazione, tendenzialmente ansioso, facilmente irritabile" -non c'è da aggiungere altro...], quindi per l'Ayurveda dovreste curare molto la persona, riscaldare l'ambiente e tener viva la conversazione. E via di riso basmati con zafferano e zenzero, mousse di scampi e pinoli [toh, il pesce ancora non era spuntato!] e gelato allo champagne [so' Vata... e mi tratto bene].

ATTENZIONE PERO'

- perché essendo io un B+ [quindi con un apparato digerente particolarmente efficiente], secondo la teoria dei gruppi sanguigni bisognerebbe optare per latte e latticini, carni magre e pesce ma non i frutti di mare, verdure a foglie, dessert a base di frutta. Quidi il menu ideale prevede pennette afrodisiache (con speck, rucola e panna), sella di coniglio farcita al rosmarino, verdure stufate [ammazza dall'afrodisiaco allo stufato ce ne passa!] e macedonia di frutta con gelato alla crema. 

A questo punto della lettura ammetto di essermi sentita un po' confusa. Quindi, ricapitolando: carne o pesce? Pasta o riso? Frutta o dolce? L'unica costante sembra essere la verdura, che però è stato il primo alimento a essere escluso da una cena "a mia misura". All'improvviso, e quasi senza accorgermene, tra escargot, formaggio di fossa, gelato allo champagne e pennette allo speck nella mia mente si sono fatti strada un piatto di pasta, una bottiglia di buon vino e un fiore sulla tavola. Che, tradotto, significava «Diciamoci la verità: alla fine della fiera, a conquistarmi davvero non è la pietanza in sé ma la cura, la pazienza, la fantasia e il tempo che ci sono voluti per cucinare qualcosa solo ed esclusivamente per me».Una volta tanto (aggiungo)!

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua!

Tralasciando l'aspetto religioso della festa e concentrandosi su quello più pertinente al blog, Pasqua a casa mia è sinonimo di due cose: agnello alla brace e pastiera di riso. Il fatto che siano le 3 del pomeriggio e che io sia qui al pc a scrivere un post invece di rimpinzarmi di (vediamo... a quest'ora di solito si è appena passati alla grigliata mista di carne e all'agnello cacio-e-ovo) indica che quest'anno stia "festeggiando" la Pasqua nella mia città d'adozione, indi per cui lontana da casa e familiari.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere, visto che la velata malinconia che sta accompagnando questi giorni di festa mi ha praticamente costretta ai fornelli, alla ricerca dei sapori tipici della mia Pasqua. Ed è così che ieri mi sono messa d'impegno e ho preparato la pastiera, mantenendo oltretutto la promessa che avevo fatto in questo post.
La pastiera di nonna (che poi è diventata di mamma e che ora è la mia) è un po' diversa da quella classica napoletana perché il ripieno è privo di uova e ha il riso bollito nel latte invece del grano. Io la preferisco da sempre a quella "normale", probabilmente anche per il suo valore affettivo: per me è davvero un dolce che sa di casa. Insomma, una colazione a base di cappuccino e una fettina di questa pastiera ha reso un po' speciale una Pasqua che, altrimenti, sarebbe stata insapore e incolore.
Auguri a tutti!

Pastiera a modo nostro
Per la pasta frolla:

  • 300 gr. di farina, 
  • 100 gr. di zucchero, 
  • 50 gr. di burro, 
  • 50 gr. di strutto, 
  • 1 uovo + 1 tuorlo, 
  • 1/2 cucchiaio di cognac, 
  • 1 puntina di lievito
Per il ripieno:

  • 100 gr. di riso, 
  • 300 gr. di ricotta fresca, 
  • zucchero, 
  • cedro candito in pezzi, 
  • liquore Strega (q.b.)
Prelessare il riso in acqua bollente e, quando è quasi cotto, scolarlo e finirlo in 150 ml. circa di latte bollente, zuccherato con 50 gr. di zucchero circa. Nel frattempo, preparare la pasta frolla e lasciarla riposare in frigo per un po', prima di stenderla. Pronto il riso, aspettare che si raffreddi e poi aggiungerlo alla ricotta, addizionata di tutti gli altri ingredienti (non ho le dosi precise, si va un po' a gusto proprio). Far riposare un po' il ripieno, aspettando che si insaporisca per bene prima di finire il dolce. Passato questo tempo, foderare uno stampo (possibilmente di alluminio) imburrato e infarinato con la pasta frolla stesa non troppo sottile, riempire con l'impasto di ricotta e riso e decorare con striscioline di pasta frolla, disposte in diagonale in modo da formare dei rombi. Infornare a 170° per almeno 1 ora e 3/4 (dipende dai forni!). Quando è fredda, spolverare di zucchero a velo.

Rubia consigliacome la maggior parte dei dolci da forno è perfetto l'abbinamento con un Passito, magari campano


Nella foto ci sono anche dei cioccolatini "veloci" che ho preparato tanto per perdere un po' di tempo: ho sciolto a bagnomaria del cioccolato extrafondente e ho fatto due colate negli stampini di silicone a forma di uova di pasqua che mi hanno regalato poco tempo fa. Ho fatto solidificare in frigo tutta la notte, poi li ho staccati con delicatezza e li ho riempiti con una cucchiaiata di semifreddo al caffè (anche questo molto rapido, fatto con il Nescafè, latte condensato già zuccherato e panna montata).


venerdì 22 aprile 2011

Ridi ridi... ché mamma ha fatto i gnocchi

Oggi è venerdì (per di più Santo, giornata di magro al quadrato insomma) e ieri ho fatto gli gnocchi. Proprio come vuole il detto romano, ma solo per coincidenza ovviamente. In realtà, questi sono i classici gnocchetti di ricotta, i più rapidi della storia degli gnocchi, quelli che quando proprio non sai che fare e hai poco tempo ti svoltano la cena. O almeno la risolvono a me, visto che nel frigo ho sempre almeno una confezione da 250gr. di ricotta fresca (mi hanno fatto notare che ho una vera propria ossessione per la ricotta: non c'è spesa che non includa il trittico delle meraviglie, latte-panna-ricotta).

A essere onesti, la relazione tra me e questi gnocchetti è stata alquanto tormentata in passato. Io non sono solo una perfezionista, ma anche un'orgogliosa e un filo permalosa e, soprattutto, una volta delusa poi faccio fatica a fidarmi ancora; loro sono un po' ipocriti, fanno buon viso a cattivo gioco, t'ingannano, ti fanno credere di sapere il fatto tuo e quando meno te lo aspetti ti affondano un colpo dietro alla schiena. Ecco perché il nostro primo incontro è stato più che altro uno scontro, con me convinta che l'impasto non fosse mai abbastanza consistente da essere lavorato, loro che continuavano a chiedermi farina e un risultato immangiabile, visto che 'sti benedetti gnocchetti erano duri come sassi! E avevo pure gente a cena. Disastro. Per parecchio tempo, quindi, mi sono rifiutata di provarci ancora, forse perché non mi capacitavo di come una cosa tanto facile non mi fosse riuscita (un po' come quando non riesco a girare una frittata... sì, lo ammetto, a volte capita che mi si spatasci -e divento una belva), la sconfitta mi bruciava molto. Ma, almeno in cucina, ho imparato ad accettare i fallimenti e ho capito che in fondo servono a crescere e a migliorarti, specie se sei un'autodidatta: so che sa tremendamente di banalità, ma è la verità. Veniamo ora alla ricetta vera e propria.

Gnocchetti di ricotta

  • 300 gr. di ricotta vaccina, 
  • 150gr. di farina + un extra per la spianatoia, 
  • 2 cucchiai di parmigiano grattugiato, 
  • 1 tuorlo, 
  • sale e pepe

Setacciare e scolare bene la ricotta. Se si dispone di una planetaria o del mitico Bimby (ormai diventato un fedele alleato nella mia cucina) si possono impastare gli ingredienti tutti insieme brevemente, per poi finire a mano. Altrimenti: disporre la farina a fontana e aggiungerci il tuorlo, la ricotta, il parmigiano, sale e pepe. Impastare il tutto rapidamente (di tanto in tanto aiutarsi con dell'altra farina, ma senza esagerare: l'impasto non dovrà risultare sodo come una frolla, per intenderci!), formare una palla, coprirla con della pellicola e, se si ha tempo, lasciarla riposare in frigo per una ventina di minuti, ma non è indispensabile. Ricavare dall'impasto dei bastoncini del diametro di un dito, tagliarli a tocchetti e cuocerli in acqua bollente per un minuto circa, fino a quando cioè non salgono in superficie. Con queste dosi ne escono circa 500 gr.

Io li ho conditi con del banalissimo pesto con aggiunta di pomodorini pachino, parmigiano e una spruzzata di pepe, ma se l'avessi avuta avrei optato di certo per un pesto di rucola: di solito lo faccio a occhio, comunque in linea di massima per ogni mazzetto di rucola servono una dozzina di mandorle tritate, 50 gr. di parmigiano, 30 gr. di pecorino, sale, pepe e ovviamente olio. In ogni caso, questi gnocchetti sono speciali perché si prestano davvero a una varietà di condimenti, dal classico sughetto fresco di pomodoro a burro e speck o burro e salvia.

Rubia consigliaun bianco di medio corpo come un Vermentino ligure o sardo oppure un Verdicchio




mercoledì 20 aprile 2011

Le ultime 12 ore

Le ultime 12 ore del titolo non si riferiscono a quelle di vita del blog, ma a quelle rimaste per votarlo. Il 7 aprile scorso si è infatti aperto il concorso indetto da Squisito! (prima e unica manifestazione enogastronomica interamente realizzata all’interno di una comunità di recupero, San Patrignano) per eleggere i migliori blog legati al mondo della cucina. Come ogni competizione che si rispetti, le nomination sono state suddivise per categoria (Chef, Cucina e Ricette, Fotografia, Giornalista, Vino) e i risultati delle votazioni saranno resi noti il 1° maggio, durante l'ottava edizione di Squisito! (dal 29 aprile al 2 maggio a Coriano, RN. Qui il programma).
A tavola con me è in nomination nella categoria Cucina e Ricette e la cosa ammetto che mi diverte molto. Un po' perché è il pretesto per far "girare" il nome del mio neonato blog, un po' perché in fondo sponsorizzarmi non è mai stato il mio forte e questa si sta dimostrando un'occasione per provare l'ebbrezza di una campagna elettorale (avevo anche pensato a un libretto informativo/promozionale da spedire a casa, "I cento post realizzati", ma la Moratti mi ha battuto sul tempo e mi ha bruciato l'idea). Ovvio che non mi aspetto assolutamente di vincere, considerando che in nomination con me ci sono siti cult come La Cucina Italiana, GialloZafferano e Peccati di gola di Luca Montersino, ma si sa che la speranza è l'ultima a morire.
Magari Tavola prende un numero esagerato di voti, attira la curiosità della comunità virtuale, diventa un caso mediatico, scatta la ricerca della blogger misteriosa dai capelli viola, la trovano, la intervistano, le chiedono di pubblicare un libro tratto dal blog e diventa famosa come Melissa P., con la differenza che le cose piccanti di cui tratta sono del genere rosso-a forma di cornetto.

Va da sé che quando diventerò una famosa food blogger con una rubrica enogastronomica su Vanity e un programma su Gambero Rosso Channel non mi dimenticherò certo di chi mi ha sostenuto sin dall'inizio: prometto una copia autografata di A tavola con me - Il libro a chiunque mi voti qui. C'è tempo fino alla mezzanotte di oggi. 


giovedì 14 aprile 2011

Challenge #01

Cosa accomuna il cioccolato, le mandorle, i pistacchi e il cocco? Ben poco direi, anzi forse addirittura nulla: il fatto di non aver trovato, su Google Image, una sola foto che li ritraesse tutti insieme contemporaneamente potrebbe esserne una prova (e la foto per questo post me la sono dovuta fare da me, santo photoshop). Il fatto è che il 3 marzo un mio caro amico nonché assiduo lettore di Tavola, chiamiamolo il Maratoneta, mi ha lanciato una sfida gastronomica che mi ha messo alquanto in difficoltà: inventare un dolce che contenga tutti e quattro i succitati ingredienti, visto che sono i suoi preferiti. L'ideuzza gli si è insinuata nella testa nel bel mezzo (anzi no, era verso la fine visto che eravamo ormai al dessert) di una cena deliziosa all'enoteca milanese La cantina di Manuela, salvo poi lanciarmi definitivamente la bomba il giorno dopo via mail. Il risultato? Anche se d'istinto mi è subito venuto da rispondere "impossibile", è ormai da più di un mese che non riesco a togliermi dalla testa questo improbabile quanto curioso connubio di sapori.

Qualche idea, d'istinto, l'ho buttata giù: una torta simil-sbrisolona (con aggiunta di pistacchi e farina di cocco) servita con una salsa calda al cioccolato, una mousse al cioccolato e pistacchio guarnita con scaglie di mandorle e accompagnata da biscottini al cocco, una rivisitazione dei baklava (i tipici dolci greci a base di noci, pistacchi e miele, che poi ho scoperto essere molto popolari anche in Turchia e in quasi tutte le cucine arabe). 

A dirla tutta nessuna di queste ipotesi mi convince molto, tanto che per ora sono rimaste tali. In compenso, però, ora ho la dispensa piena zeppa di: cacao amaro in polvere/cioccolato fondente in blocchi/gocce di cioccolato, scaglie di cocco grattugiato/farina di cocco/latte di cocco, pistacchi sgusciati e interi, pistacchi sgusciati e tritati, mandorle pelate e non, mandorle in granella, in scaglie, a lamelle... insomma, la materia prima per qualche esperimento c'è. Se poi qualcuno degli "occhi silenziosi" che si soffermano su Tavola (secondo le statistiche di Blogger pure dall'Ucraina e dalla Turchia... possibile?!) vuole suggerirmi anche qualche idea ne sarei ben felice: non è che mi piaccia vincere facile, ma il Maratoneta stavolta non s'è regolato.


martedì 5 aprile 2011

Il pelapatate


Stasera ho fatto la pizza di patate. No, non ho scritto pizza con le patate, né si tratta di una non meglio identificata pasta per la pizza fatta utilizzando fiocchi di patate. Semplicemente, noi il tipico gattò (o gateau, alla francese) napoletano lo chiamiamo pizza-di-patate. In effetti non saprei dire con esattezza chi sarebbe il noi. Di sicuro, noi componenti della mia famiglia d'origine (zii e cugini compresi), abbastanza sicuro noi campobassani, forse noi molisani ma mi sa che tutto nasce comunque da loro campani. Vabbè, ad ogni modo dicevo: stasera ho fatto la pizza di patate, e mentre pelavo appunto le patate mi è tornato in mente un momento tristissimo di televisione. O meglio, il momento in sé è stato decisamente esilarante, visto che la schiera di autori che lavorano a Victor Victoria sanno il fatto loro, ma se ripenso alla figura barbina che ha fatto la signora Briatore mi scappa una lacrimuccia. O da ridere, dipende dai punti di vista.

La situazione era la seguente: 8 ottobre 2010, la Cabello chiacchierava amabilmente con Elisabetta Gregoraci (stacco di coscia in bella mostra e dichiarazioni del tenore di "sono una ragazza come le altre", "mangio un etto e mezzo di pasta da sola", "in casa i mestieri li faccio io, tipo annaffio le piante e lavo i piatti" e "vorrei tanto condurre un programma in diretta"). Durante l'intervista Victoria, per avvalorare la tesi della Gregoraci-perfetta-donna-di-casa, le dà in mano un pelapatate con relativi tuberi e le chiede di continuare a parlottare pelando. Ora, io non dico tanto. Passi che i tempi dell'Artusi (quando non era concepibile una donna che non sapesse cucinare, come scrivevo già qui) sono ormai belli che andati, passi che non si è tenuti a sapere cosa sia uno zester, un coppapasta o un polsonetto ma, signori miei, è mai possibile che una a 30 anni non abbia mai visto un pelapatate? No. Non posso crederci. Secondo me lo sa persino quell'altra Elisabetta, quella più vecchia e più arcigna che vive a Buckingham Palace. E allora mi sono sentita quasi in dovere di scrivere questo post ed esporre al pubblico ludibrio la poverina.


Per dovere di cronaca aggiungo anche che, durante l'intervista doppia con (l'immensa) Concita De Gregorio a fine puntata, Mrs. Briatore ha preso il termine "picchetto" per "filone/sega/spago" insomma per il concetto di bigiare a scuola e, davanti al cognome Marx, ha prima strabuzzato gli occhi, poi ha capito Max (magari pensava si parlasse di un calendario?), infine ha sventolato la bandiera bianca dell'ignoranza. Io, invece, sventolo la ricettina della pizza di patate, che non sarà certo questo granché ma almeno questa dovrebbe essere alla portata di Elisabetta. Sempre se nel frattempo ha capito come si usa il pelapatate.

Pizza di patate
Non metto gli ingredienti per due motivi: 1) come molti piatti della tradizione casalinga, io la pizza di patate la faccio "a occhio" e 2) di solito si prepara con quello che si ha in frigo, per "recuperare" formaggi e affettati che altrimenti andrebbero sprecati

Lessare in acqua bollente le patate (7-8 circa di media dimensione), poi scolarle, pelarle e schiacciarle. Unire un paio di uova, parmigiano grattugiato, buccia di limone grattugiata, del formaggio a pasta filata e un salume a pezzetti (generalmente si usano scamorza o fontina e prosciutto cotto o mortadella), un po' di latte per ammorbidire il tutto, sale e pepe. Ungere una pirofila e cospargerla di pangrattato*, poi sistemarvi l'impasto di patate uniformando la superficie. Spolverare di parmigiano, altro pangrattato e fiocchetti di burro, dopodiché infornare per una ventina di minuti a 180° e finire al grill per altri 5-10 minuti.

Rubia consiglia:
perfetto un rosso giovane, magari vivace, come un Lambrusco di Sorbara.
Ma anche un bel bicchiere di birra!



*per i celiaci: eliminare il pangrattato e, in caso, utilizzare uno stampo di silicone.


domenica 3 aprile 2011

C'era una volta una prugna secca

"Anch'io vorrei tanto abbandonarmi al cognac", pensò mentre guardava invidiosa le sue compagne che si preparavano alla nottata alcolica. Lei non riusciva proprio a capire perché non fosse stata coinvolta.
Eppure era bella come le altre, soda al punto giusto, dalla pelle scura e dal cuore tenero. E poi era di una dolcezza infinita. Ma quella sera, chissà perché, Sara l'aveva ignorata completamente. Quella Riccetta dagli occhioni acquosi e le mani affusolate era entrata in cucina, aveva riempito una ciotola di cognac e vi aveva tuffato dentro tutte le prugne secche della confezione da 250 grammi. Tutte tranne lei, che rimase dapprima un po' interdetta, poi profondamente delusa in fondo al sacchetto di plastica trasparente. "E ora? Cosa farò per 12 ore? Qui dentro morirò di noia, tutta sola e per giunta al buio", disse tra sé e sé. All'improvviso, però, fu attraversata da un pensiero: perché ritenersi un'esclusa? Non potrebbe invece essere una specie di  eletta? Magari Sara aveva altri piani, magari avrebbe dovuto solo pazientare un po' e vedere cosa l'indomani aveva in serbo per lei. E con questa convinzione la Prugna si addormentò rasserenata mentre le sue compagne bevevano cognac.

La mattina dopo di buon'ora Sara riapparve in cucina. Lanciò una rapida occhiata alla ciotola in cui giacevano, ormai ubriache, le prugne ma, invece di andare verso di lei, aprì il frigorifero e ne estrasse un grosso cartoccio. Prugna non credeva ai suoi occhi: si trattatava di almeno un chilo e mezzo di carne, le sembrava un'arista di maiale ma cosa ne poteva sapere di suini lei, che era solo un piccolo frutto seccato al sole della California? Di certo, una cosa strana quel grosso pezzo di carne ce l'aveva: Prugna non potè non notare che aveva, al centro, due lunghe incisioni per il lungo. Non erano profondissime, ma nette e precise sì. Un brivido la percorse da parte a parte: che Sara volesse riservare lo stesso chirurgico trattamento anche a lei? Mentre si interrogava sulla sua fine, che prevedeva già lunga e dolorosissima, Prugna si rese conto che la Riccetta aveva fatto sottilissime fettine di un paio di spicchi d'aglio: incuriosita da questa operazione, smise di pensare alle sue torture future e si concentrò sui movimenti rapidi e sapienti di Sara. Vide che la donna aveva cominciato a recuperare una ad una le sue compagne ubriache (non tutte, poco più della metà) per sistemarle nelle due incisioni, insieme alle fettine di aglio. "Mamma che puzza deve esserci lì dentro!", pensò arricciandosi su se stessa. "Sono certa che la mia fine sarà più gloriosa, o spero almeno più profumata". Le altre prugne non sembravano neanche accorgersi di quel che stava accadendo, forse erano troppo stordite dall'alcool. O forse erano semplicemente troppo stupide e distratte. In ogni caso, ora erano tutte stipate lì dentro e, come se non bastasse, Sara aveva foderato il pezzo di carne con delle foglie di alloro e lo stava legando stretto.

Prugna, pian piano e quasi senza accorgersene, si abbandonò allo sfrigolìo dell'arista che ora Sara stava rosolando a fuoco vivo nella stessa grande padella in cui aveva fatto sciogliere, poco prima, una noce di burro con due cucchiai di olio extravergine di oliva. Proprio quando il profumo inebriante della crosticina che si stava formando attorno alla carne cominciò a riempire la cucina, la Riccetta fece qualcosa di inaspettato, o almeno lo fu per Prugna: con un gesto rapido tolse l'arista dalla padella e la pose in un'altra casseruola, con olio burro e fettine di scalogno, abbassando un po' la fiamma; poco dopo con molta cura, prima sfumò la carne con il cognac che aveva usato per ubriacare quelle stupide prugne, poi coprì tutto con un coperchio per portare a cottura l'arrosto, a fuoco lentissimo sul gas. A quel punto Prugna cominciò a sentirsi inquieta: "E io? Perché sono ancora qui? Che ne sarà di me?", piagnucolava. Ma Sara era sparita.

Dopo circa un'ora e un quarto la Riccetta fece finalmente capolino in cucina. Il profumo che si spandeva era delizioso, dolce e intenso. Ma evidentemente mancava ancora qualcosa, perché Sara si mise a spremere un'arancia. "Che quel succo sia destinato a me?", pensò speranzosa Prugna. Macché. Non c'era proprio verso, per Sara lei era come invisibile, tutti i suoi movimenti non la prevedevano. Quella donna, che ormai era ufficialmente salita al primo posto della sua personale top ten delle persone detestabili, versò il succo d'arancia nella casseruola con l'arista e aggiunse le ultime prugne ubriache. Ma non lei. Passarono altri dieci, lunghissimi minuti durante i quali Prugna riflettè sulla sua breve vita. Aveva sempre immaginato grandi cose, per lei, forse sovrastimandosi un po' ma era pur sempre una delle più belle prugne secche denocciolate che avesse mai visto. Proprio non riusciva a comprendere il trattamento crudele che le aveva riservato Sara (del resto si sa, essere ignorati ferisce anche di più dell'essere odiati).

Driiiiiin. Un trillo improvviso scosse i pensieri di Prugna. "E adesso chi è?", quasi urlò lei. Sara spense rapida la fiamma, rivolse uno sguardo soddisfatto al suo arrosto e corse alla porta: finalmente era arrivato. Lui entrò, si tolse le scarpe ancor prima del cappotto e riempiendosi le narici di quel profumo che aveva qualcosa di divino esclamò: "Hai fatto l'arista alle prugne?!". Soddisfatta e gongolante Sara entrò in cucina, con un gesto teatrale scoperchiò la casseruola e gli mostrò ciò che gli aveva cucinato con tutto l'amore del mondo. Ma aveva un'ultima, piccola sorpresa per Lui.
Stavolta la Riccetta, decisa, si diresse verso Prugna. Ora le batteva davvero forte il cuore -che non aveva più- dall'emozione ("Ecco vedi? Ci siamo! L'avevo detto io che avrei avuto il mio momento di gloria!").
Sara, con delicatezza, prese Prugna tra due dita e la portò alle labbra di Lui sussurrandogli: "Avevo conservato la più bella e gustosa prugna che io abbia mai visto solo per te".

E l'Eletta visse il momento più glorioso e più dolce di tutta la sua vita.

Liberamente ispirato a Cronaca di una feijoada brasileira,
racconto di Christiana de Caldas Brito contentuto nell'antologia Mondopentola,
a c
ura di Laila Wadia ed edito da Cosmo Iannone Editore.
La ricetta dell'arista alle prugne me l'ha passata mia madre
qualche anno fa
e da allora è diventato uno dei miei piatti forti.

venerdì 1 aprile 2011

In the Sky with Diamonds


dedicato alla E di Eterea

Avevo almeno un altro paio di ideuzze che mi frullavano nella testa da un po' per il nuovo post.
Ma ho deciso che le mollerò ancora lì, in un angolo della mia mente, perché voglio che questo blog prenda forma e colore da ciò che quotidianamente mi ispira. Oggi, perciò, voglio sfruttare l'onda emotivanomala che mi ha provocato una chiacchierata con (chiamiamola Margaret). Non ci conosciamo da molto, ci stiamo ancora studiando, scrutando, scoprendo però è successo che io abbia iniziato a raccontare di mia nonna.

Non ricordo quasi nulla di lei, è morta che io avevo poco più di 4 anni e me la sono goduta praticamente niente: quello che so lo so attraverso i racconti di mia madre, quello che ricordo lo ricordo attraverso le fotografie che custodisco gelosamente, quello che ho sentito l'ho sentito dalla sua voce ruvida e soave allo stesso tempo catturata dai Super8 che ogni tanto mi riguardo. Ma mi manca. Mi manca davvero tanto. Era una donna bellissima, forte, determinata. Anche un po' severa e parca di gesti d'affetto, a detta di sua figlia. Ma la ringrazio anche di questo, perché forse è stato proprio per compensare quell'assenza che sua figlia, una volta adulta, ha riempito me di carezze e di abbracci. E qualche volta guarda me e incredibilmente vede lei nonostante l'improbabile salto generazionale all'indietro... glielo leggo negli occhi. Una volta me lo ha pure scritto dopo aver visto una mia fotografia con un foulard a mo' di turbante in testa e un paio di occhiali da sole over size da diva Anni 50. Quindi.

Ho pensato a tutte queste cose, ho pensato che quando ero ragazzina parlavo spesso con quel mio angelo volato via troppo presto. E ho pensato che avevo voglia di cucinare per lei. Allora sono tornata a casa, ho preso l'agenda verde (è del 1981, l'anno in cui sono nata. Certe coincidenze che coincidenze non sono) in cui mia madre ha scritto a mano una quantità infinita di ricette e mi sono messa a cercare tra quelle dei dolci. Avevo voglia di sapori semplici, di ciambelloni, di casa. E ho scelto la ciambella allo yogurt, che non so se sia effettivamente una ricetta di nonna ma io ho sempre creduto di sì: semplice, veloce e buonissima. Perfetta. L'ho preparata con tutto l'amore e la cura possibili, l'ho fatta a forma di quadrifoglio invece di usare un classico stampo per ciambella, e all'ultimo momento, in onore della mia E, ci ho aggiunto anche dei mirtilli freschi... un po' asprigni appena messi in bocca ma dolcissimi una volta assaporati. Sarebbe bello mangiarla insieme a te.

Ciambella allo yogurt di E

  • 1 vasetto di yogurt (bianco, anche se spesso io uso quello alla banana, che ci sta molto bene), 
  • 3 uova, 
  • 2 vasetti di zucchero, 
  • 1 vasetto di maizena, 
  • 3/4 di vasetto di olio di semi di mais, 
  • 2 cucchiai di Cointreau, 
  • 1 bustina di lievito, 
  • 1 pizzico di sale, 
  • farina q.b.
Lavorare con le fruste elettriche lo zucchero con le uova e lo yogurt, poi aggiungere l'olio e il Cointreau. Incorporare poco alla volta prima la maizena, poi la farina (setacciate entrambe): l'impasto deve risultare non troppo denso. Infine, aggiungere il lievito e un pizzico di sale. Infornare a 180° per 40 minuti.

Come dicevo, stavolta io ci ho aggiunto anche i mirtilli (consiglio di metterli sul fondo dello stampo in modo tale da formare uno strato sottile di frutta) e, non contenta, una volta cotta e raffreddata l'ho coperta con una glassa al cioccolato. Una vera delizia!

Rubia consiglia:da provare con una Malvasia; per la versione con glassa al cioccolato, invece, meglio un Brachetto o un Marsala