martedì 30 agosto 2011

Lulù, zucchero e limone


Trenta agosto duemilaedieci. Un anno fa ero in un posto speciale a festeggiare un compleanno speciale insieme a migliaia di persone speciali. Ventimilaecinquanta, per essere più o meno precisi. 
Per mesi si è parlato di questo evento straordinario, un concerto per raccogliere i soldi necessari a ristrutturare il reparto pediatrico di un ospedale in Angola, ma anche una festa organizzata in nome della piccola Lulù, che ci ha lasciati all'improvviso poco prima di compiere due anni. Un evento straordinario per l'intensità delle emozioni che ha sprigionato e per quel senso di comunione e alleanza che ci ha fatto stringere attorno ai suoi genitori e cantare all'unisono dieci, cento, mille parole d'amore.

Trenta agosto duemilaeundici. Oggi sono a Milano, ma in quello stesso posto speciale in questo momento si sta facendo festa ancora una volta in nome di Lulù. E anche se non sono lì fisicamente, cuore e mente sono al Casale sul Treja di Mazzano Romano sin da quando ho aperto gli occhi stamattina, convinta che fosse sabato e di aver dimenticato per errore la sveglia attivata. Il mio secondo pensiero invece, non so perché, è stato: «Chissà qual era il suo piatto preferito?». Forse l'inconscio sapeva già che le avrei dedicato un post su Tavola. O forse ho semplicemente ripensato a me da bambina, quando impazzivo letteralmente di gioia quando la mutter mi preparava le rondelle di banana con zucchero e limone. Certo è curioso che, tra tante cose di cui andavo e vado ancora oggi ghiotta, mi sia riaffiorata alla memoria questa combinazione così agrodolce di sapori, zucchero e limone. 

Io non la conoscevo, Lulù. So che aveva due occhioni azzurri e tanti boccoli biondi, due genitori meravigliosi e una passione per Parole, parole di Mina, ma non ho idea di cosa preferisse mangiare. Mi piace però immaginarla a giocherellare con le rondelle di banana e sporcarsi il nasino di zucchero.

Auguri occhibelli, ovunque tu sia.

Ringrazio Simone Cecchetti per la foto d'apertura


domenica 21 agosto 2011

I compiti dell'estate

C'è un'adorabile abitudine che mi aspetta ogni volta che torno a casa dai miei: la lezione di cucina con la mutter. In realtà, la consuetudine vera prevede nell'ordine:
- scelta interminabile della/e ricetta/e,
- salti mortali per incastrare gli impegni miei e suoi e ritagliarci un pomeriggio ai fornelli,
- piatto riuscito non come previsto per mancanza di ingrediente-fondamentale-ma-dimenticato oppure per errore-di-distrazione o ancora per enne-cause-ignote.
Che poi la cosa assurda sta proprio nel fatto che la mutter, di solito, la ricetta scelta per la lezione la fa ad occhi chiusi. È un po' come la vecchia storia della legge di Gumperson, insomma, quella che dice che la probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità. Ma nonostante tutto, è un'abitudine che non perdiamo mai.

Quest'estate ho fatto i ravioli ripieni di pesce e ho scoperto con sommo gaudio che la pasta fresca è molto più facile di quello che si possa pensare (col Bimby poi è davvero una passeggiata), ma che tirarla a mano è praticamente impossibile per cui mi sa tanto che il mio prossimo acquisto sarà una Imperia. Dove la metto non lo so, visto che in cucina non ho più un centimetro quadrato di spazio, ma questi sono dettagli. La seconda gioia gastronomica me l'hanno invece procurata gli spätzle, gnocchettini a base di latte, uova e farina tipici della Svizzera ma anche del Trentino Alto Adige. Rapidissimi e semplicissimi. Unico neo: necessitano di una caccavella apposita, che ovviamente la mia maestra mi ha immediatamente fornito nuova di zecca (in effetti, ero in dubbio se scrivere un post con la ricetta degli spätzle o un nuovo appuntamento con la rubrica Ho comprato la caccavella ma ho ritenuto più interessante il primo). 

E in una afosa domenica di fine agosto e in solitudine cosa c'è di meglio che mettersi ai fornelli e testare il nuovo giocattolino? Fuori ci sono 35° gradi, ma tanto c'ho l'aria condizionata. E anche un po' di fame, a dirla tutta.

Spätzle verdi al pomodoro*
  • 300 gr. di farina, 
  • 3 uova intere, 
  • 200 ml. di latte (volendo, si può diminuire un po' il latte e aggiungere una cucchiaiata di ricotta), 
  • 3 cucchiai di spinaci lessati e strizzati, 
  • parmigiano, 
  • sale

Frullare gli spinaci, poi unire uova, latte, parmigiano e sale e, poco alla volta, la farina (con il mixer a immersione si fa in un attimo!). Lasciar riposare un paio d'ore in frigo. Mettere abbondante acqua salata sul fuoco e, quando bolle, salarla. Posizionare la caccavella sulla pentola, versare il composto nel quadrato-pialla e far scendere gli gnocchetti direttamente nell'acqua. Cuocere per un minuto o due, scolare bene e condire con un sughetto al pomodoro, basilico fresco e parmigiano (ma sono ottimi anche con burro, speck e salvia!). Io ho fatto metà dose, e ho ottenuto circa 650 gr. di spätzle.

 Rubia consiglia: un vino bianco e morbido, che contrasti la tendenza leggermente acidula del pomodoro. Rimaniamo in Alto Adige con un Pinot Grigio o un Pinot Bianco.

*Questa ricetta proviene da Coquinaria.it,
ma non ricordo di chi sia. Sorry.



mercoledì 10 agosto 2011

C'era una volta l'alleanza



C'era una volta l'alleanza. Non quella Nazionale di stampo politico, né quella Santa del 1815 tra Russia, Austria e Prussia. Nulla a che vedere, poi, con la Grande Alleanza formata dall'Uomo Ragno and Co. per combattere il Dottor Destino o con quella videoludica del World of Warcraft. È l'alleanza con la A maiuscola, quella nata e cresciuta nel corso degli anni grazie a una fervida passione prima (la passione per la musica, la passione per un musico) e a un profondo sentimento d'amicizia e fratellanza poi. È l'Alleanza della gens F, la cui forza mi stupisce ogni volta di meno e la cui genuinità mi commuove ogni volta di più. Ultimamente mi trovo spesso a parlare di questa meraviglia, che non ha un nome né una forma ma la straordinaria capacità di farmi sentire parte di qualcosa.

 Io che non riesco ad apprezzare la mia unicità e che mi sento bene solo quando non mi sento diversa, che sono spaventata dall'idea di non essere compresa e non accetto quella di essere la-sola-a, ho trovato nella mia gens un rifugio confortante e confortevole. E, ovviamente, il mio modo per dimostrar loro la mia gratitudine è cucinare per loro. La prima volta ero un po' intimorita dalla prospettiva di andarmene in giro per l'Italia con la "schiscetta del post concerto", chissà se apprezzano, chissà cosa pensano, chissà. Ma era stato talmente automatico e naturale passare la mattinata a preparare muffin pensando a loro che mi son detta che-male-c'è-questa-sono-io. Da lì, via liscia come l'olio.

La prassi mi diverte anche perché mi metto a pensare a cosa preparare almeno un paio di giorni prima della DATA X. La scelta non è per niente facile però: dolce o salato che sia, deve essere sempre qualcosa di comodamente trasportabile, resistente al caldo e a sballottamenti vari e, soprattutto, deve essere "monoporzionabile", altrimenti la faccenda si complica non poco. Ebbene, la tappa vicentina di sabato scorso è stata all'insegna delle ciambelline al vino.

Ho scelto questi biscotti innanzitutto perché si tratta di una classica ricetta romana, e mi piaceva l'idea di richiamare la romanità propria del musico che ci unisce. Poi, la loro semplicità mi ha sempre affascinato: non sono salate, ma non sono neanche troppo dolci; sono fatte con ingredienti super essenziali, ma prevedono anche uno speciale guizzo di sapore (il vino bianco). Last but not least, la loro forma ad anello, messaggio dalla simbologia fin troppo elementare nel nostro caso... tanto che ho lasciato volutamente i due lembi di ciascun biscotto sovrapposti, invece di impastarli e unirli. Perché la gens F non è una-cosa-sola, ma piuttosto un unico grande abbraccio. Il mio orgoglio, l'alleanza, la mia soddisfazione, canta lui.

Ciambelline al vino
Stessa quantità di zucchero, olio di semi e vino bianco, un pizzico di lievito, farina ad assorbire*

Amalgamare tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto liscio, morbido e malleabile. Ottenere dei cilindretti di pasta di circa 12 cm l'uno e spessi un dito, formare un anello e adagiarli su una teglia da forno foderata con l'apposita carta. Infornare i biscotti a 180° per 20-25 minuti, avendo l'accortezza di capovolgerli dopo un quarto d'ora così da non farli lievitare troppo.

*Mi rendo conto che gli ingredienti di questa ricetta non sono il massimo della precisione, 
ma si tratta del classico caso di "dosi a occhio", quelle dettate dalla tradizione e dall'esperienza. 
Ad ogni modo, cerco di dare un'idea di riferimento: per 125 ml. di vino bianco, 
ad esempio, servono 125 gr. di zucchero e 125 ml. di olio di semi e almeno 300-350 gr. di farina.