giovedì 17 maggio 2012

Lisbon Almost Killed Me


Ero partita pensando che, dopo tanti mesi, finalmente in Portogallo avrei trovato un po' di ispirazione e di materiale utile a riprendere in mano Tavola. Oddio, a dire la verità la mia era solo una flebile speranzella, visto che da quando ho questa mia NUOVA vita, fatta di un NUOVO lavoro e NUOVI ritmi, non ho più tempo per cucinare... Figuriamoci per scrivere. E per fotografare. Comunque sia sappiate che io ci penso spesso, a Tavola. Ogni volta che mi vien voglia di preparare qualcosa di godurioso o particolare anche se poi sono troppo stanca per farla, ogni volta che al supermercato compro qualcosa che non avevo previsto e che marcirà in frigo in attesa di essere utilizzata, ogni volta che sfioro un sapore e penso che sarebbe bello conservarlo, e magari riproporlo, ma che poi dimentico perché passa troppo tempo.

Tornando a bomba, dicevamo: venerdì 4 maggio ero partita per Lisbona pensando che mi sarei inebriata di colori, odori e gusti nuovi e prelibati, di cui avevo sentito lodi a profusione e che non vedevo l'ora di provare, immortalare e (il magari è ancora d'obbligo) descrivere sul blog. E con questo spirito battagliero ho iniziato il mio personale tour de force mangereccio e bevereccio insieme a Marco (che avevamo citato anche qui). A essere onesti, tecnicamente il tour è iniziato in Italia, a Malpensa, quando alle 17 e qualcosa per ammazzare il tempo ci siamo sparati due-dico-due prosecchi a cranio giusto così, per ingranare la marcia giusta. Tanto l'aereo non lo guidavamo mica noi, quindi chissene. Comunque, una volta atterrati nella capitale portoghese il nostro primo pensiero (dopo l'augurio di una morte lunga e dolorosa al tassista LADRO che ci ha rubato euro trentacinque per fare tipo 10 km) è stato ovviamente il cibo: senza arte né parte, ci siamo diretti verso il centro città (M: «Excuse me, where is the center?» Albergatore stizzito: «We ARE in the center.») alla disperata ricerca di un ristorante che fosse ancora aperto e ci facesse mangiare almeno una tanto decantata crocchetta di baccalà. Sappiate che a Lisbona, il venerdì, o vai a sbronzarti al Bairro Alto oppure ti trascini per il resto della città fantasma con il dubbio di esser stato ingaggiato a-tua-insaputa (espressione che ultimamente va tanto di moda e io sono una alla moda. Quindi.) come comparsa nel trequel di 28 giorni dopo. Tradotto, significa che non c'è anima viva in giro e che quei pochi loschi figuri che incontri o ti vogliono vendere del fumo o ti chiedono soldi o bestemmiano in aramaico agitando un'arma contundente. 

Ci siamo quindi infilati nel primo posto che ci è capitato pure se lasciava alquanto a desiderare; e non ci sbagliavamo: per non fare troppi danni abbiamo ordinato un pollo alla piastra con del riso bianco, ma la cautela non ci ha ripagato. Ci hanno portato questo trancio di pennuto rossiccio che aveva lo stesso sapore delle patatine, del riso e dell'insalata con cui lo avevano accompagnato. Un sapore di burro bruciato e plastilina, per inciso. Considerando il primo impatto con la cucina portoghese, che è stato - ça va sans dire - devastante, francamente la vacanza non è iniziata nel migliore dei modi. Quindi come biasimarmi se avevo già cominciato a pensare "al-diavolo-il-baccalà-voglio-una-bella-amatriciana".

Il giorno dopo, però, ci si è aperto letteralmente un mondo, a partire dalla colazione con pasteis de nata (sfogliatine ripiene di crema pasticcera, caramellata in superficie e, nella versione di Belem, spolverate di cannella), passando per un pranzo a base di sarde arrosto e le famose crocchette di baccalà e finendo con pescetti fritti e arroz de marisco per cena (thanks to Lauretta per la dritta). A partire dal sabato, insomma, è stato un vero e proprio trionfo, ittico e non, di leccornie portoghesi e i nostri giorni scorrevano lieti tra un bolo di arroz, una ginjinha e l'onnipresente bacalhau (quando ho letto sulla guida che hanno 365 ricette per cucinarlo, una per ogni giorno dell'anno, a momenti svenivo), che ci ha dato una delle soddisfazioni più grandi il lunedì sera, quando seduti ad ascoltare il fado dal vivo ce lo hanno servito cotto al cartoccio con prosciutto crudo, aglio, coriandolo e patate. Una go.du.ri.a.

Ma, proprio quella sera, quando stavo già pregustando il mio prossimo obiettivo (dei dolcetti di pasta sfoglia arruvugliata ripieni di crema tipici di Sintra, dove saremmo andati il giorno dopo) ho cominciato ad avvertire dei movimenti tellurici al basso ventre che non promettevano nulla di buono. In quel momento non avevo ancora realizzato che la mia (la nostra) vacanza era praticamente finita, che le abbuffate sarebbero state solo un lontano ricordo, che i sogni goderecci degli ultimi due giorni erano stati miseramente infranti. L'ho capito il giorno dopo, quando mi sono accartocciata su un marciapiede di Cascais: di fronte l'oceano, dentro l'inferno. Buio. Stacco.

È passata più di una settimana dal mio rientro in Italy e sono ancora chiusa dentro casa, anzi nel bagno diventato ormai il mio regno, nel disperato tentativo di riprendermi da non si è ben capito quale batterio malefico - ma più probabilmente demone - si sia impossessato di me: "peso netto raggiunto 46,9 kg. persi 5 kg d'acqua. occhi sempre nocciola. riccioli ancora vivi. colorito verde ma se si acchitta bene non sfigura" (cit. O Bissi). Le giornate scorrono lente, inutili-e-tristi-come-una-birra-senz'alcool per dirla alla Enrico Brizzi, tra un riso in bianco e un petto di pollo ai ferri. Inconcepibile.

Lisbona mi ha quasi ucciso, insomma. Ma in fondo ci tornerei. Se non altro perché almeno mi ha fatto riprendere a scrivere sul blog.

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