lunedì 24 settembre 2012

Indi(an) Food

Per motivi di lavoro, e anche un po' per curiosità, l'altro giorno ho guardato le prime due puntate di Pechino Express, il reality game partito un paio di settimane fa su Raidue. Il meccanismo del gioco è semplicissimo: 10 coppie di concorrenti devono raggiungere ogni giorno una meta diversa con i pochi mezzi a disposizione (due euro per mangiare, autostop e ospitalità dei locali per dormire); gli "obiettivi" rappresentano, in realtà, le tappe di un percorso di 10 mila chilometri che va da Haridwar, cittadina situata alle sorgenti del Gange, a Pechino. Tra i vip concorrenti del programma c'è anche lo chef Simone Rugiati, che ho intervistato al suo rientro in Italia, ma questo sarà oggetto di un altro post. Ora mi è venuta voglia di parlare di cucinare indiana e della passione che ho per la cucina indiana.

Guardando queste prime puntate, ambientate appunto in India, mi sono resa conto che nonostante io mi coccoli regolarmente con tipici gusti orientali e abbia anche comprato un libro ricette ad hoc non ho mai, o quasi mai, provato a cucinare nulla di indiano. Non ho idea, per esempio, di come si prepari il nan, il classico pane di lì, e ne ho una vaga di come sia fatto il tandoor, il tipico forno in cui vengono cotti una miriade di pietanze diverse. Del resto, curiosa e ghiotta di profumi e sapori etnici come sono è per me molto più comodo ritagliarmi, ogni tanto, una sera a cena in un ristorante tradizionale. Milano pullula di locali indiani, come del resto di quelli giapponesi, thailandesi, africani, messicani e chi più ne ha più ne metta. Ma quando voglio andare sul sicuro scelgo il mio adorato Taj Mahal, un ristorantino graziosissimo al quartiere Isola: si mangia bene, non è mai preso d'assalto (e spesso e volentieri gli avventori sono indiani), il personale è cordiale, fa anche il servizio take away o a domicilio e, soprattutto, il locale è in zona mia.

Della cucina indiana a me piace tutto. Ma proprio tutto. Il perché è alquanto scontato: adoro l'agnello, impazzisco per le spezie e i sapori piccanti, mangio sempre troppi pochi legumi per i miei gusti e vado matta per i fritti. Di conseguenza anche se, come quasi ogni essere umano in terra, tendo a ordinare sempre le stesse cose, tutte le volte che mi trovo a mangiare al Taj Mahal cerco il più possibile di diversificare il mio menu. Ci sono, però, dei veri must.

Le samosa, fagottini di pasta di ceci fritti ripieni di patate, piselli e carote, sono la fine del mondo per esempio: te le servono bollenti, ancora nel pieno della loro fragranza e mai - e quando dico mai vuol dire MAI - una volta che siano unti. Rimpiango ancora quando un giorno, nell'euforia del momento, ne ho fatto letteralmente decollare una dal piatto per poi vederla schiantarsi miseramente a terra, tra i piedi di un commensale di due tavoli più in là. Mi chiedo tuttora come abbiano fatto a fermarmi dal raccoglierla e mangiarla lo stesso.



Un altro piatto che vale sempre la pena ordinare è il nan, anzi il cheese nan. Del tipico pane indiano (focaccine morbidissime e gustose) esistono diverse varianti, ma la mia preferita è senz'altro quella con il cuore dal formaggio filante.


Molto gustosi sono poi gli spinaci, sia cucinati in versione pakora (quindi a mo' di frittelline) sia mantecati con yogurt e spezie varie. Io, poi, che come dicevo sono particolarmente amante dei legumi, consiglio vivamente anche le lenticchie ma quelle "dal", che sono più cremose e saporite rispetto a quelle servite come classica zuppa.










Per quanto riguarda i secondi c'è davvero l'imbarazzo della scelta: dal pollo al maiale all'agnello, passando per il pesce (che, però, ammetto di non ordinare mai) i piatti proposti sono tanti e tutti gustosi. A chi ama i sapori più delicati, suggerisco una qualsiasi pietanza tandoori, cotta cioè nel tipico forno tandoor di cui parlavo in apertura di post; chi, invece, vuole osare con qualcosa di più intenso dovrebbe puntare su qualche piatto a base di curry, salsa masala o piccante o anche yogurt speziato.

Sui dolci, ahimé, non sono preparatissima perché se già in generale non li ordino quasi mai quando sono al ristorante, c'è l'aggravante che quelli indiani sono davvero zuccherini e io non amo i cibi troppo troppo troppo dolci (pasta-di-mandorle-o-meringa-vade-retro!). Comunque sia, per la maggiore di solito va il gulab jamun: palline di pasta intinte nello sciroppo del relativo frutto, jamun appunto, fritte e aromatizzate con cardamomo e altre spezie.


Io di solito, per chiudere in bellezza, preferisco servirmi un'abbondante cucchiaiata di spezie miste digestive... Giusto per avere la certezza matematica di non avere notti travagliate, ecco.

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