giovedì 4 ottobre 2012

Quattro chiacchiere con... Simone Rugiati

Ragazzi, seguite i vostri sogni. Se avessi ascoltato i miei genitori, oggi non sarei uno chef *

Sapeva sin da adolescente cosa avrebbe voluto fare nella vita: cucinare. Simone Rugiati ha seguito il suo sogno e, nonostante i suoi genitori non fossero d’accordo, si è iscritto all’istituto alberghiero: «Loro non volevano perché quando ho iniziato il cuoco era ancora visto come il panciuto che fuma di nascosto in dispensa e “campa” dei complimenti dei clienti attempati», racconta lo chef toscano a Nuovo. «Poi, con il tempo, la sua figura è cambiata e questo forse anche grazie a me, che sono stato uno dei primi ad andare in Tv». Una carriera in galoppante ascesa, quella di Rugiati, che non ha creduto alle sue orecchie quando gli hanno offerto persino un programma radiofonico. All’inizio, in molti non credevano ce l’avrebbe fatta. «Ora, però, ho dimostrato a tutti, con i fatti, quanto valgo e ho tolto qualche sassolino dalla scarpa», si sfoga. Sorriso irresistibile, simpatia innata e grandiosa capacità comunicativa: Rugiati buca lo schermo, ma la sua regola di vita è: «Realizzare piatti semplici e perfetti». Una cosa che, però, lo chef non ha potuto fare in Asia, nel corso di Pechino Express.

Simone, da quello che stiamo vedendo, questo gioco televisivo è molto più duro dell’Isola dei famosi
«Non immaginate quanto! È stata un’esperienza faticosissima, ma vera. Sono davvero felice di aver partecipato, anche perché avevo una voglia di riscatto incontenibile dopo la partecipazione lampo all’Isola dei famosi nel 2010 (Simone è stato eliminato dopo una sola settimana, ndr)».

In coppia con te c’è Malvina Seferi, la tua fidanzata. Hai pensato subito a lei come partner di gioco?

«Certo. E la scelta è ancora più buffa se si considera che uscivamo assieme da un paio di settimane! Però sapevo che sarebbe stata all’altezza. È una ragazza giovane ma determinata e indipendente, se l’è sempre cavata da sola e sa che cosa significa arrangiarsi. Ammetto, però, che nei primi tempi abbiamo litigato tanto: abbiamo entrambi una personalità molto forte, quindi tendevamo spesso allo scontro. Ma poi abbiamo trovato il nostro equilibrio. Comunque, dopo un’esperienza così o ti lasci o ti sposi. E noi siamo ancora insieme…».

Qual è la cosa più strana che hai mangiato laggiù?

«Non posso scendere nei dettagli! Lo vedrete…».

Allora qual è la cosa più strana che hai mangiato in vita tua?

«L’hamburger di un fast food: se ci pensi, non hai idea di quel che c’è dentro!».

Hai qualche ingrediente che prediligi in cucina?

«Adoro le spezie e i sapori freschi e un po’ aciduli. Quindi direi lo zenzero, il curry, il limone, il lime e la menta».

Tu sei stato un pioniere dela cucina in Tv. C’è una ricetta che non ti saresti mai aspettato che avrebbe avuto particolare successo?

«Finora, avrò realizzato 700-800 piatti ma, giuro, quello per cui ancora oggi ricevo mail di complimenti e ringraziamenti è una ricetta, spaghetti al pomodoro rivisitati, improvvisata con quel che era rimasto in studio dalla spesa di qualche giorno prima».

Che cosa pensi di tutto questo proliferare di programmi culinari?

«Le strade sono due: se la gente sarà in grado di capire chi cucina per finta e chi, invece, lo fa di mestiere, ci sarà presto una “selezione naturale” degli show. Altrimenti, spariranno tutti, perché il pubblico finirà per annoiarsi».

Spiegati meglio...

«Faccio un esempio: se disossi un coniglio con un coltello di ceramica solo perché è lo sponsor del tuo programma, non sei credibile! Sarebbe come dipingere la facciata del Duomo di Milano con una biro. Allo stesso modo, utilizzare il trito congelato o il dado, per mancanza di tempo o per inesperienza, è intollerabile. Da anni, conduco una personale battaglia contro l’uso del dado e scorciatoie simili: il sapore delle cose si estrae con i liquidi. Ecco perché insisto sulla risottatura della pasta, sulla riduzione degli zuccheri in padella, sull’uso di fumetti e brodetti. Siamo in Italia e quando “insegnamo” a cucinare alle persone che ci seguono da casa, dobbiamo usare le regole base della tradizione mediterranea».

Non ti viene mai voglia di aprire un ristorante tuo?

«No, perché non avrei il tempo per seguirlo. E avere un locale tuo non significa solo metterci il nome e la faccia: devi essere in cucina e dirigere la brigata».

Il tuo chef di riferimento?

«Carlo Cracco, senza dubbio. Lo rispetto e lo vedo come l’esempio da seguire. Sa quello che vuole, sa come farlo e, soprattutto, sa quello che non va fatto. Lo adoro».

*Pubblicato su Nuovo n.1/38

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