giovedì 22 novembre 2012

Il tempo di una forchettata

Chi mi legge e mi segue da un po' ormai conosce bene la mia ossessione per la cucina come metafora di vita. Oggi è uno di quei giorni che mi prendono a schiaffi e mi ricordano, con quella violenza che solo poche cose nella vita hanno, quanto effimero può essere uno stato di grazia, quanto fuggevole può essere il raggiungimento della felicità. Quanto in fretta si può disfare ciò che, con pazienza e cura, hai realizzato. Proprio come ai fornelli, per l'appunto. Come ogni sacrosanta volta che scendo le scale e m'immagino di ruzzolare giù pestando il muso e spaccandomi i denti, come ogni sacrosanta volta che un momento prima di rientrare in casa mi figuro una scena apocalittica di soqquadro causa ladrocinio, come ogni sacrosanta volta che mi sfiora un'auto sul ciglio della strada e mi viene l'istinto di spingermi un filo più in là per vedere se mi prende, ecco, così ogni sacrosanta volta che metto in tavola una cena bella strutturata penso che in cinque, dieci minuti al massimo di tutto il mio lavoro non vi sarà più traccia.

Se quello che cucino non venisse apprezzato o addirittura non venisse mangiato sarebbe una delle delusioni più grandi da dover affrontare, sia chiaro. Quindi sono ben contenta che il 99% delle volte quando si cena a casa mia non avanza manco una briciola. Ma è il momento dell'intacco che un po' mi fa stringere lo stomaco. Quando, per esempio, la lama affilata di un coltello s'infila nel cuore del dolce a scacchi: rompe la decorazione di zucchero, crepa la glassa al cioccolato, affetta il pan di spagna a tre strati che con pazienza certosina ho messo in piedi... cerchio bianco-cerchio nero-cerchio bianco e viceversa e poi ancora cerchio bianco-cerchio nero-cerchio bianco... e poi fai tre infornate, perché tutte e tre i dischi di pasta nel forno non ci stanno. E poi aspetti che si intiepidiscano, quindi monti la torta, la incolli con la marmellata di arancia e la ricopri con la glassa brillante al cioccolato. Poi eccola lì, maestosa, tutta impettita che si staglia al centro della tavola. Un pomeriggio intero per farla, due minuti di gloria, un secondo per deturparla e cinque minuti per farla sparire. Quanto dura la felicità di aver saputo realizzare un dolce bello e buono di cui andare fiera? Il tempo di una forchettata. Proprio come nella vita.

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