lunedì 21 maggio 2012

Ho comprato la caccavella #03: i pirottini... di caffè

O, in questo caso, sarebbe più corretto dire mi hanno regalato la caccavella. Visto che questi deliziosi quattro pirottini in silicone fanno parte dei gentili presenti che un gruppo di speciali a-mi-ci-ci mi ha donato per il mio trentunesimo genetliaco.

Un'idea proprio carina, questa di stampini a forma di tazzulell'e café con tanto di piattini: quando li ho visti me ne sono letteralmente innamorata! Del resto, a parte quelli classici (che per distinguersi dai soliti al massimo sono multicolor), li avevo visti a forma di cuore, a forma di fiore... ma sinceramente è la prima volta che mi imbatto in "tazzine potenzialmente ripiene". Oltretutto, questi che ho io sono di ottima qualità: in forno, il silicone mantiene la forma; sono rigidi al punto giusto e al tempo stesso delicati nel loro candido colore perlaceo. L'unica accortezza, come sempre, è quella di non riempirli troppo con l'impasto, in modo da non incorrere in impietosi spatasciamenti che rovinerebbero l'effetto scenografico.

L'idea in più è quella di completare la presentazione del dolcetto in tazza con una spolverata di zucchero a velo o un frost colorato e un cucchiaino di cioccolato fondente, che io non ho fatto in tempo a realizzare né a comprare per questa foto ma che, vista la facilità di ottenerlo in entrambi i casi, credo sia un valido suggerimento. Che la pausa caffè abbia inizio, dunque!

E un buon non-compleanno a me visto che io ... festeggio a gennaio. Ahah.

Numero di volte utilizzato finora: UNA (ma in salita impennando)
Consigliato da 1 a 10: 10 e lode!




venerdì 18 maggio 2012

Ripropongo #02: biscottini al cocco

Visto e considerato lo stato imbarazzato (e imbarazzante) del mio intestino da dieci giorni a questa parte, è da un po' che sogno  - anche da sveglia - di assaporare qualcosa di dolce e appagante per il palato. Tipo pane e nutella, tanto per dirne una. Vien da sé che non sto neppure assecondando la mia voglia di preparare torte (anche se ho promesso a Girogiò una crostata all'uva nel weekend, e manterrò la parola giurin giurello) perché poi non posso mangiarle! Ieri sera, però, mi è venuto in mente che la neonata rubrica "Ripropongo" langue decisamente, dal momento che da quando l'ho inaugurata è rimasta con un unico post solo soletto; allora ho ripescato le foto a dei dolcetti al cocco che avevo fatto a suo tempo, senza aver mai avuto modo e tempo di scriverci un post.

Quante volte capita di dover utilizzare solo i tuorli, sprecando così albumi su albumi che finiscono tristi e sconsolati nello scarico del lavello in cucina? E quante volte, per non buttare i suddetti bianchi, ci si ritrova a cucinare meringhe su meringhe in un tripudio di dolce cicciosità zuccherina che manco la migliore mise di Antonellina Clerici ai tempi d'oro del Festival di Sanremo? Ecco, a me le meringhe proprio non piacciono e sono sempre alla ricerca di una qualche ricettina valida per riutilizzare gli albumi avanzati. Perché anche buttare il cibo, non mi piace. Diverso tempo fa ho scovato questa, velocissima, di biscottini morbidi al cocco, e da allora è tra le mie preferite tanto che ora ho quasi il problema opposto, cioè che non so che farmene dei tuorli divisi dagli albumi usati per fare questi dolcetti. Tuuuuuutto regolare, that's me.

Biscottini al cocco

  • 140 gr. di cocco grattugiato (o farina di cocco), 
  • 60 gr. di zucchero, 
  • 3 albumi
Montare poco gli albumi, unire il cocco mescolando delicatamente dal basso verso l'alto e, infine, aggiungere lo zucchero: l'impasto risulterà alquanto morbido e oleoso. Con l'aiuto di un cucchiaino, formare i dolcetti pressando un po' di impasto in stampini di silicone (io in questo caso li ho fatti in quelli delle madeleine); livellare bene la superficie, dopodiché infornare a 180° finché il bordo non diventa dorato. Una volta cotti, lasciar riposare per qualche minuto i biscottini dopodiché sformarli con delicatezza e farli raffreddare completamente su una gratella. Volendo, si possono decorare con cioccolato fuso fondente o bianco, lasciandoli poi ancora un po' all'aria per consentire la solidificazione della decorazione.


giovedì 17 maggio 2012

Lisbon Almost Killed Me


Ero partita pensando che, dopo tanti mesi, finalmente in Portogallo avrei trovato un po' di ispirazione e di materiale utile a riprendere in mano Tavola. Oddio, a dire la verità la mia era solo una flebile speranzella, visto che da quando ho questa mia NUOVA vita, fatta di un NUOVO lavoro e NUOVI ritmi, non ho più tempo per cucinare... Figuriamoci per scrivere. E per fotografare. Comunque sia sappiate che io ci penso spesso, a Tavola. Ogni volta che mi vien voglia di preparare qualcosa di godurioso o particolare anche se poi sono troppo stanca per farla, ogni volta che al supermercato compro qualcosa che non avevo previsto e che marcirà in frigo in attesa di essere utilizzata, ogni volta che sfioro un sapore e penso che sarebbe bello conservarlo, e magari riproporlo, ma che poi dimentico perché passa troppo tempo.

Tornando a bomba, dicevamo: venerdì 4 maggio ero partita per Lisbona pensando che mi sarei inebriata di colori, odori e gusti nuovi e prelibati, di cui avevo sentito lodi a profusione e che non vedevo l'ora di provare, immortalare e (il magari è ancora d'obbligo) descrivere sul blog. E con questo spirito battagliero ho iniziato il mio personale tour de force mangereccio e bevereccio insieme a Marco (che avevamo citato anche qui). A essere onesti, tecnicamente il tour è iniziato in Italia, a Malpensa, quando alle 17 e qualcosa per ammazzare il tempo ci siamo sparati due-dico-due prosecchi a cranio giusto così, per ingranare la marcia giusta. Tanto l'aereo non lo guidavamo mica noi, quindi chissene. Comunque, una volta atterrati nella capitale portoghese il nostro primo pensiero (dopo l'augurio di una morte lunga e dolorosa al tassista LADRO che ci ha rubato euro trentacinque per fare tipo 10 km) è stato ovviamente il cibo: senza arte né parte, ci siamo diretti verso il centro città (M: «Excuse me, where is the center?» Albergatore stizzito: «We ARE in the center.») alla disperata ricerca di un ristorante che fosse ancora aperto e ci facesse mangiare almeno una tanto decantata crocchetta di baccalà. Sappiate che a Lisbona, il venerdì, o vai a sbronzarti al Bairro Alto oppure ti trascini per il resto della città fantasma con il dubbio di esser stato ingaggiato a-tua-insaputa (espressione che ultimamente va tanto di moda e io sono una alla moda. Quindi.) come comparsa nel trequel di 28 giorni dopo. Tradotto, significa che non c'è anima viva in giro e che quei pochi loschi figuri che incontri o ti vogliono vendere del fumo o ti chiedono soldi o bestemmiano in aramaico agitando un'arma contundente. 

Ci siamo quindi infilati nel primo posto che ci è capitato pure se lasciava alquanto a desiderare; e non ci sbagliavamo: per non fare troppi danni abbiamo ordinato un pollo alla piastra con del riso bianco, ma la cautela non ci ha ripagato. Ci hanno portato questo trancio di pennuto rossiccio che aveva lo stesso sapore delle patatine, del riso e dell'insalata con cui lo avevano accompagnato. Un sapore di burro bruciato e plastilina, per inciso. Considerando il primo impatto con la cucina portoghese, che è stato - ça va sans dire - devastante, francamente la vacanza non è iniziata nel migliore dei modi. Quindi come biasimarmi se avevo già cominciato a pensare "al-diavolo-il-baccalà-voglio-una-bella-amatriciana".

Il giorno dopo, però, ci si è aperto letteralmente un mondo, a partire dalla colazione con pasteis de nata (sfogliatine ripiene di crema pasticcera, caramellata in superficie e, nella versione di Belem, spolverate di cannella), passando per un pranzo a base di sarde arrosto e le famose crocchette di baccalà e finendo con pescetti fritti e arroz de marisco per cena (thanks to Lauretta per la dritta). A partire dal sabato, insomma, è stato un vero e proprio trionfo, ittico e non, di leccornie portoghesi e i nostri giorni scorrevano lieti tra un bolo di arroz, una ginjinha e l'onnipresente bacalhau (quando ho letto sulla guida che hanno 365 ricette per cucinarlo, una per ogni giorno dell'anno, a momenti svenivo), che ci ha dato una delle soddisfazioni più grandi il lunedì sera, quando seduti ad ascoltare il fado dal vivo ce lo hanno servito cotto al cartoccio con prosciutto crudo, aglio, coriandolo e patate. Una go.du.ri.a.

Ma, proprio quella sera, quando stavo già pregustando il mio prossimo obiettivo (dei dolcetti di pasta sfoglia arruvugliata ripieni di crema tipici di Sintra, dove saremmo andati il giorno dopo) ho cominciato ad avvertire dei movimenti tellurici al basso ventre che non promettevano nulla di buono. In quel momento non avevo ancora realizzato che la mia (la nostra) vacanza era praticamente finita, che le abbuffate sarebbero state solo un lontano ricordo, che i sogni goderecci degli ultimi due giorni erano stati miseramente infranti. L'ho capito il giorno dopo, quando mi sono accartocciata su un marciapiede di Cascais: di fronte l'oceano, dentro l'inferno. Buio. Stacco.

È passata più di una settimana dal mio rientro in Italy e sono ancora chiusa dentro casa, anzi nel bagno diventato ormai il mio regno, nel disperato tentativo di riprendermi da non si è ben capito quale batterio malefico - ma più probabilmente demone - si sia impossessato di me: "peso netto raggiunto 46,9 kg. persi 5 kg d'acqua. occhi sempre nocciola. riccioli ancora vivi. colorito verde ma se si acchitta bene non sfigura" (cit. O Bissi). Le giornate scorrono lente, inutili-e-tristi-come-una-birra-senz'alcool per dirla alla Enrico Brizzi, tra un riso in bianco e un petto di pollo ai ferri. Inconcepibile.

Lisbona mi ha quasi ucciso, insomma. Ma in fondo ci tornerei. Se non altro perché almeno mi ha fatto riprendere a scrivere sul blog.