venerdì 28 settembre 2012

I'm lovin' ... eat

Sì, avete letto bene e no, non è un refuso. A me McDonald's me piasce. Ma non del tipo che "non demonizzo i panini di Ronald" o che "mi faccio un hamburger ogni tanto". Mi piace a livelli preoccupanti. Roba che, appena avverto l'odore tipico e pungente nell'aria, la mia salivazione aumenta che al cane di Pavlov gli faccio un baffo. Lo so che con questo post mi attirerò le perplessità, se non le ire, di molti ma non ci posso fare proprio niente: sono un'hamburger-dipendente. Mi rendo conto di quanto sia oggettivamente inquietante il panino di McDonald's, se non altro perché crea davvero assuefazione a un sapore tanto chimico quanto, per la sottoscritta, irresistibile. Ok, come mi ha detto una volta Simone Rugiati non abbiamo sostanzialmente idea di cosa ci sia dentro - e forse è meglio così, a pensarci bene! Ok, divorare un panino al fast food non è certo il modo per avere un'alimentazione sana. Ok, docu-film come Super Size Me fanno riflettere (ma a tuttotondo, perché se è vero che il mercato americano attenta alla salute della gente incentivando, per esempio, l'acquisto di menu che prevedono un litro di coca-cola e mezzo chilo di patatine fritte, è altrettanto vero che se mangiassimo, non so, solo pasta al sugo per un mese, a colazione-pranzo-e-cena, probabilmente i sintomi e i valori sballati accusati dal protagonista Morgan Spurlock sarebbero gli stessi). Ma io, ogni tanto, un hamburger al McDonald's me lo sparo. E con estremo gusto, anche.
La mia tendenza, comunque sia, è quella di arginare le mie incontenibili voglie da donna-incinta-pur-non-essendolo tentando di seguire una semplice regolina: non cedere al Mc più di una volta al mese. 
O, in alternativa, l'hamburger me lo faccio da me. Il risultato non è la stessa cosa per i motivi di cui sopra, però mi ricorda tanto le antiche cene estive improvvisate dalla mutter quando, per far felici me and mybro, ci preparava il big mac de noantri. E quindi l'hamburger in versione home made mi diverte a prescindere, specie quando non ho in frigo gli ingredienti classici. L'altra sera, per esempio, ho sottoposto alla mia O Bissi la variante trevigiana...

Hamburger de noantri

  • 2 panini integrali al sesamo, 
  • 2 hamburger di vitello, 
  • sale, 
  • 1 porro, 
  • maionese, senape, 
  • 6 pomodorini datterino, 
  • 1 cespo di radicchio trevigiano, 
  • 30 gr. di formaggio Branzi, 
  • olio, 
  • 4 patate medie, 
  • rosmarino
In una padella, rosolare gli hamburger in olio e fettine sottile di porro, girandoli spesso e salandoli solo alla fine. A fuoco spento, coprire la carne con una fetta non troppo sottile di Branzi e attendere che il formaggio si sciolga un po'. Nel frattempo, tagliare a metà i panini, spalmare una fetta di mionese e una di senape, quindi coprire quella del fondo con uno strato di radicchio, lavato e asciugato. Aggiungere poi l'hamburger con il Branzi fuso e "incollarci su" 3 pomodorini lavati, asciugati e tagliati a metà. Coprire con un'altra foglia di radicchio e chiudere il panino. 

Per le patate: tagliarle a chips non troppo sottili con una mandolina, quindi sbollentarle in acqua salata (oppure passarle brevemente al microonde) e finire la cottura in padella, con olio e rosmarino. Salarle alla fine e servirle ben calde.



lunedì 24 settembre 2012

Indi(an) Food

Per motivi di lavoro, e anche un po' per curiosità, l'altro giorno ho guardato le prime due puntate di Pechino Express, il reality game partito un paio di settimane fa su Raidue. Il meccanismo del gioco è semplicissimo: 10 coppie di concorrenti devono raggiungere ogni giorno una meta diversa con i pochi mezzi a disposizione (due euro per mangiare, autostop e ospitalità dei locali per dormire); gli "obiettivi" rappresentano, in realtà, le tappe di un percorso di 10 mila chilometri che va da Haridwar, cittadina situata alle sorgenti del Gange, a Pechino. Tra i vip concorrenti del programma c'è anche lo chef Simone Rugiati, che ho intervistato al suo rientro in Italia, ma questo sarà oggetto di un altro post. Ora mi è venuta voglia di parlare di cucinare indiana e della passione che ho per la cucina indiana.

Guardando queste prime puntate, ambientate appunto in India, mi sono resa conto che nonostante io mi coccoli regolarmente con tipici gusti orientali e abbia anche comprato un libro ricette ad hoc non ho mai, o quasi mai, provato a cucinare nulla di indiano. Non ho idea, per esempio, di come si prepari il nan, il classico pane di lì, e ne ho una vaga di come sia fatto il tandoor, il tipico forno in cui vengono cotti una miriade di pietanze diverse. Del resto, curiosa e ghiotta di profumi e sapori etnici come sono è per me molto più comodo ritagliarmi, ogni tanto, una sera a cena in un ristorante tradizionale. Milano pullula di locali indiani, come del resto di quelli giapponesi, thailandesi, africani, messicani e chi più ne ha più ne metta. Ma quando voglio andare sul sicuro scelgo il mio adorato Taj Mahal, un ristorantino graziosissimo al quartiere Isola: si mangia bene, non è mai preso d'assalto (e spesso e volentieri gli avventori sono indiani), il personale è cordiale, fa anche il servizio take away o a domicilio e, soprattutto, il locale è in zona mia.

Della cucina indiana a me piace tutto. Ma proprio tutto. Il perché è alquanto scontato: adoro l'agnello, impazzisco per le spezie e i sapori piccanti, mangio sempre troppi pochi legumi per i miei gusti e vado matta per i fritti. Di conseguenza anche se, come quasi ogni essere umano in terra, tendo a ordinare sempre le stesse cose, tutte le volte che mi trovo a mangiare al Taj Mahal cerco il più possibile di diversificare il mio menu. Ci sono, però, dei veri must.

Le samosa, fagottini di pasta di ceci fritti ripieni di patate, piselli e carote, sono la fine del mondo per esempio: te le servono bollenti, ancora nel pieno della loro fragranza e mai - e quando dico mai vuol dire MAI - una volta che siano unti. Rimpiango ancora quando un giorno, nell'euforia del momento, ne ho fatto letteralmente decollare una dal piatto per poi vederla schiantarsi miseramente a terra, tra i piedi di un commensale di due tavoli più in là. Mi chiedo tuttora come abbiano fatto a fermarmi dal raccoglierla e mangiarla lo stesso.



Un altro piatto che vale sempre la pena ordinare è il nan, anzi il cheese nan. Del tipico pane indiano (focaccine morbidissime e gustose) esistono diverse varianti, ma la mia preferita è senz'altro quella con il cuore dal formaggio filante.


Molto gustosi sono poi gli spinaci, sia cucinati in versione pakora (quindi a mo' di frittelline) sia mantecati con yogurt e spezie varie. Io, poi, che come dicevo sono particolarmente amante dei legumi, consiglio vivamente anche le lenticchie ma quelle "dal", che sono più cremose e saporite rispetto a quelle servite come classica zuppa.










Per quanto riguarda i secondi c'è davvero l'imbarazzo della scelta: dal pollo al maiale all'agnello, passando per il pesce (che, però, ammetto di non ordinare mai) i piatti proposti sono tanti e tutti gustosi. A chi ama i sapori più delicati, suggerisco una qualsiasi pietanza tandoori, cotta cioè nel tipico forno tandoor di cui parlavo in apertura di post; chi, invece, vuole osare con qualcosa di più intenso dovrebbe puntare su qualche piatto a base di curry, salsa masala o piccante o anche yogurt speziato.

Sui dolci, ahimé, non sono preparatissima perché se già in generale non li ordino quasi mai quando sono al ristorante, c'è l'aggravante che quelli indiani sono davvero zuccherini e io non amo i cibi troppo troppo troppo dolci (pasta-di-mandorle-o-meringa-vade-retro!). Comunque sia, per la maggiore di solito va il gulab jamun: palline di pasta intinte nello sciroppo del relativo frutto, jamun appunto, fritte e aromatizzate con cardamomo e altre spezie.


Io di solito, per chiudere in bellezza, preferisco servirmi un'abbondante cucchiaiata di spezie miste digestive... Giusto per avere la certezza matematica di non avere notti travagliate, ecco.

giovedì 13 settembre 2012

Rotolando verso sud - Part 2

Dopo sei giorni di cazzeggio in giro per il centr'Italia siamo arrivati a Campobasso, dicevamo. Naturalmente, la prenotazione di un tavolo al ristorante La grotta (meglio conosciuto come Da Concetta) ce l'avevamo già in tasca. Con la cena di Zi' Concetta ci siamo sentiti finalmente e indiscutibilmente in Molise, tanto che sono certa di aver sentito dire al Gino espressioni quali "mo", "jamm' bell'", "scannett' allert'" e "palamaella" più volte e in ordine sparso. Il "benvenuto" di Zi' Concetta è stato un fiadone con friarielli (NB: a differenza di quelli campani, per noi i "friarielli" sono i peperoncini verdi dolci). Dopodiché è stata la volta di una caponatina fredda su crostino casereccio e di una scioglievolissima cipolla "arracanata" (cioè gratinata con mollica di pane raffermo, origano, capperi, peperoni, pinoli e olive nere), serviti con la classica tecnica dell'uno-due. Come primo, io speravo nella tradizionale pizza e minestra, ma visto che l'estate non è la stagione degli spigatelli (tipica verdura con cui si prepara il piatto di cui sopra, a metà tra la cicoria e le cime di rapa) mi sono dovuta "accontentare" di una sua rivisitazione a base di cicoria, fagioli cannellini e pizza di granone. E di un assaggio di quadrucci e lenticchie, of course. Ma se io mi sono fermata qui, i miei due commensali hanno osato ordinare anche il fegato di maiale arrostito con l'alloro e un paio di chili di mandorle pralinate per chiudere in dolcezza. Purtroppo non ho foto-ricordo di questa parca cenetta: non credo di dover spiegare il perché.

Dopo un giorno di pausa all'insegna di un "richiamino" alla molisanità a base di mozzarella, caciocavallo, stracciata e la miticapizzadipalazzo  abbiamo abbandonato il capoluogo di regione e puntato al mare. Al MIO mare. Termoli Beach. Qui, oltre all'acqua cristallina e alla sabbia bianca e fine (bugia: quest'anno, non si sa perché, la costa termolese era la più classica delle coste adriatiche, con spiaggia sporca e acqua color coca-cola; dicono si sia trattato di uno strano e isolato fenomeno dovuto alle alghe... sarà...), dicevamo, oltre a sabbia e mare abbiamo trovato il miglior ristorante di tutto il tour: casa Mutter. Ovviamente sono di parte, ma basta dare uno sguardo a quello che ci ha preparato per pranzo per avere almeno il beneficio del dubbio: alici fritte, cipollata di vongole e sautè di cozze.



Non abbiamo fatto in tempo a (ri)prendere confidenza con il mare che un paio di giorni dopo eravamo già di nuovo in auto, con l'obiettivo di perlustrare il lato sud del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise. Anche in questo caso non c'è stata l'ombra di un orso, un lupo, un cerbiatto... manco una volpe abbiamo avvistato. Il cuore, però, ce l'ha riempito la gentilissima e ospitalissima famiglia che gestisce il b&b Il casale di San Lorenzo, a Colli a Volturno: padre, madre e figlia ci hanno coccolati con leccornie auto-prodotte e interessantissimi racconti legati alla loro terra. Il buon Paolo, poi, ci ha consigliato di fare un salto a Isernia, a mangiare nel ristorante del suo ex compagno di scuola da tutti conosciuto come "O patretiern'": potevamo farci mica scappare l'occasione di mangiare all'Osteria Il Paradiso (meglio noto come "U Paravise")?! In fondo tra noi e l'Aldilà c'erano solo 14 km di curve.

E dopo esattamente 14 km di curve siamo effettivamente giunti in paradiso, dove siamo stati accolti da una fumante e densa pasta e fagioli invece dei soliti e banali campanellini angelici. Nota a margine: ci siamo fatti tentare anche da un assaggino di antipasti misti, a base di salumi e pizza di patate, e da una forchettata di spaghetti al pomodoro e basilico. Giusto per restare leggeri, insomma. Tanto poi c'era quel litro di limoncello a bruciare tutto...

Dopo un sonno profondo e rigenerante (siamo ormai al decimo giorno di viaggio) ci siamo incamminati verso il cuore molisano del Parco Nazionale: lago e abbazia benedettina di Castel San Vincenzo, per poi salire in cima al Monte Marrone. Qui la nostra frugale merenda a base di taralli e mele è stata maleducatamente interrotta dall'attacco di un mulo, ma evito i dettagli per i deboli di cuore. Comunque sia, superato il momento di panico abbiamo deciso che ne avevamo già abbastanza della montagna e quindi giù, di nuovo verso la costa per passare gli ultimi scampoli di vacanza al mare.

Tornati in quel di Termoli ci siamo fiondati alla Torre Sinarca (meglio noto come "La Torretta"), uno dei miei ristoranti preferiti di pesce evah. Anche se il pezzo forte del menu è il celebre brodetto di pesce, io sono letteralmente innamorata degli antipasti: caldi, freddi, cotti e crudi, c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Nella mia personale TOP 3, i fasolari gratinati, l'insalata di sedano e polpo e lo sgombro in insalatina con cipolle; ma la portata è davvero ricca e c'è di tutto. Anche in questo caso non ho le prove fotografiche di quel che è passato sulla nostra tavola, stavolta perché impegnati a raccontare alla Mutter il primo incontro tra me e il Gino, quando cioè gli ho presentato scimmia e criceto. Ma questa è un'altra storia.

Le ultime tre cene le abbiamo consumate tra Vasto, dove ci siamo rimpinzati dei celebri arrosticini di pecora di Fernando, e San Salvo: su al paese abbiamo mangiato discretamente a L'angolo di Vino, la cui prelibatezza è stata un gambero scottato servito su boccone di stracciata e pomodorino, mentre alla marina di San Salvo,  Al metrò, abbiamo chiuso il nostro tour enograstronomico; anche questa cena non ha brillato particolarmente, ma devo ammettere che i ravioli di pesce in brodo erano davvero buoni. Così come il Pecorino Abruzzo doc consigliatoci da un cameriere alquanto strambo. Ma poi ci ha regalato le brioche per la colazione del mattino dopo quindi ci è diventato simpatico.

E qui si sono chiuse le vacanze 2012. Io e GinoPilotino ci siamo rimessi mestamente in marcia, destinazione Milano. Naturalmente carichi di Molise: dal carpaccio di tartufo alla pampanella passando per il caciocavallo e la Tintilia sembravamo una fiera ambulante di prodotti regionali. A breve, cena tipica chez moi. Siete tutti invitati, basta conoscere la parola d'ordine: Dunzella, dunzella, vietenn' vietenn'.

minuto 6:20


mercoledì 12 settembre 2012

Rotolando verso sud - Part 1

La meta di quest'estate, come sempre da ventidue anni a questa parte, era Termoli Beach. Ma stavolta i 687 km di autostrada che mi separano dal "mio mare" sono decisamente lievitati e per giungere a destinazione ci ho messo sei-giorni-sei. Questo perché, genialata!, ho deciso insieme al mio compagno di viaggio, Girogiò (che per l'occasione lo ribattezzeremo GinoPilotino) di scendere in Molise gradualmente, frammentando la corsa verso il Murena Village in micro-tappe all'insegna della natura. E del cibo, naturalmente.

Quanto possano essere diversi i paesaggi e i sapori di regione in regione lo sappiamo solo noi italiani, e forse manco noi. Frasi come "Ah, ma come si mangia in Italia non si mangia da nessun'altra parte del mondo!" o "L'Italia è un Paese meraviglioso, perché andare in cerca di perle altrove quando ce le abbiamo a casa nostra?" si sentono dire in continuazione. Eppure quanti di noi conoscono davvero il Belpaese? Quanti di noi decidono di investire tempo e denaro nella scoperta di angoli-di-paradiso a una manciata di km da casa? Comunque sia, complice l'asfissiante crisi economica che ci attanaglia tutti e una viva curiosità polentona nei confronti di Madre Terronia (non mia, s'intende), il 30 luglio 2012 il dado è stato tratto, il Rubicone è stato passato e il viaggio è iniziato.

Partiti di buon'ora (in vacanza le 10.30 è una buon'ora) e belli carichi (di entusiasmo e aspettative, mica di bagagli), io e Gino abbiamo toccato terra marchigiana nel primo pomeriggio: Sirolo, perla del Conero. Il tempo di rimirare la splendida, prima location, di disfare i bagagli e di fare un tuffo in piscina che già si era fatta una certa e la Locanda Rocco ci aspettava. Qui siamo stati accolti dal gentilissimo padrone di casa, Giorgio, un buon Verdicchio del posto e una mousse di zucchine con calamaro scottato servita stile finger food finto-povero: nel barattolino vuoto del miele o delle marmellate. Very chic. Con la gran voglia di mare che avevamo, non ci siamo dunque fatti ripetere due volte di assaggiare i moscioli (ovvero le cozze, come le chiamano lì), in versione sgusciati-e-gratinati-con-verdurine-croccanti. Dopodiché è stata la volta di filetti di fragolino serviti con un gazpacho di peperone davvero squisito e spigola in crosta di patate. Quest'ultimo un filo troppo unta, ma nel complesso devo dire che è stato un esordio di vacanza col botto.

Il giorno dopo abbiamo deciso di fare un salto nella vicina Numana e a Lo Scottadito abbiamo gustato un classico (e abbondante!) sauté di cozze e una delle rane pescatrici più buone nella storia delle rane pescatrici buone. Considerando il valore aggiunto del "piatto-che-non-posso-fare-a-meno-di-ordinare-ogni-volta-che-lo-vedo-in-menu" di Gino, la soddisfazione della seconda cena è salita a livelli piuttosto alti.


Siamo al giorno tre ed è ora di rimettersi in viaggio, direzione Loreto Aprutino, un paesiello abruzzese a pochi passi dal Parco Nazionale della Majella. In questo posto dimenticato da dio non c'è praticamente nulla se non due cose: un favoloso castello sul più classico dei cocuzzoli e un meraviglioso ristorante noto per il suo percorso piccante (spengo i bollori dei più maliziosi sottolineando che ci si riferisce a un percorso gastronomico e non a un giro di strip-whatever). Ebbene, nel castello ci abbiamo dormito e al  Convivio Girasole ci abbiamo mangiato: sei differenti qualità e tipologie di peperoncino da abbinare alle varie portate e un'esperienza mistica. Per quanto io abbia apprezzato sia gli anelletti in carbonara rivisitata e lo stracotto di pecora, devo dire che il mix di antipasti era davvero una spanna sopra: sushi di baccalà, zuppetta di farro, ceci in umido e le mitiche polpette di pane al sugo che, in Molise, chiamiamo "pallotte cacio e ova" e sono la fine del mondo. Prima o poi posto la ricetta.


Eravamo così vicini alla Majella che non potevamo certo arrivare in Alto Molise senza prima aver attraversato il parco. E così il quarto giorno ci siamo messi in auto per un rally improvvisato. Nessun animale avvistato di particolare rilievo, se non qualche aquila lassù in alto, ma il rifugio al Passo San Leonardo (presso l'Hotel Ristorante Celidonio) meritava eccome. Se non altro per averci fatto mangiare un ricco tagliere di salumi e formaggi alle quattro del pomeriggio (invece di mandarci a quel paese) e per averci fatto scoprire che i germogli di aglio si mangiano. E non sanno di aglio, ma di asparago selvatico, tipo. Arricchiti da questa rivelazione ci siamo quindi incamminati verso l'Alto Molise e, dopo aver attraversato una serie di paesini e paeselli in cui a stento capivo io cosa ci dicessero gli autoctoni mentre ci davano informazioni, figuriamoci il Gino, siamo finalmente giunti in quel di Agnone. Troppo provati dalle fatiche mangerecce precedenti, però, per cena ci siamo limitati a una birra con salatini. Degna di nota la Pasticceria Carosella, dove abbiamo fatto incetta dei suoi celebri confetti e delle ostie: tipici dolci realizzati con un ripieno di mandorle, noci, cioccolato e miele.


Archiviata la tappa agnonese, abbiamo puntato in direzione Campobasso dove, dopo due pit-stop al sito archeologico di Pietrabbondante e al santuario di Castelpetroso, siamo arrivati nel primo pomeriggio. Ma per la seconda parte del viaggio vi rimando al post Rotolando verso sud - Part 2.